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Il cliché sugli evitanti
Esiste un cliché, piuttosto diffuso su Instagram e nelle chiacchiere da bar, per cui l’attaccamento è diventato il nuovo oroscopo delle relazioni (il riferimento all’oroscopo non è mio, l’ho preso in prestito da @artepsike). Un po’ come i narcisisti, gli evitanti sarebbero ovunque: “Non mi cerca perché è evitante” è il nuovo “Fa così perché è dell’Acquario” (sempre @artepsike, che mi ha fatto molto sorridere).
Al di là del rischio di etichettare qualcuno come pretesto per non vedere la realtà, e cioè che una persona potrebbe essere distante o non rispondere ai nostri messaggi semplicemente perché non è interessata, esiste un altro aspetto ancora più pericoloso: la polarizzazione tra ansioso ed evitante, dove il primo è vittima del secondo che, ça va sans dire, è una bruttissima persona.
Visto che il nostro benessere relazionale dipende anche dal grado di maturità emotiva, e che quest’ultima è strettamente correlata alla capacità di accogliere la complessità dei fenomeni e di vedere le sfumature, oggi ho deciso di raccontarti di Glauco, che a prima vista avrebbe tutto per essere il cattivo della storia.
Glauco, primo incontro
Ho conosciuto Glauco, che oggi è a metà dei suoi trent’anni, circa due anni fa. Era l’inizio dell’estate. Per il primo incontro ci ha tenuto a presentarsi di persona, da me in studio, “Anche se – mi spiega subito – viaggio molto per lavoro quindi non sempre riuscirò a venire qui”.
Camicia di lino bianca e pantaloni chiari su una figura alta e asciutta, con i capelli scuri già un po’ brizzolati sulle tempie, la barba curata e gli occhi nocciola, attenti e vivaci, Glauco mi racconta subito di sentirsi spesso in difficoltà nelle relazioni sentimentali:
“All’inizio è tutto fantastico e quasi sembra che io abbia incontrato la donna della mia vita, poi a un certo punto è come se la magia si interrompesse e mi ritrovassi sommerso da richieste che non riesco a soddisfare e che, talvolta, considero francamente eccessive. Sta succedendo così anche con Annalisa, stiamo insieme ormai da un paio anni. Lei vorrebbe di più, che trovassimo una maggiore stabilità, che andassimo a vivere insieme e magari facessimo anche un bambino, ma io non me la sento e poi come faccio con il lavoro – Glauco è un ingegnere che segue la costruzione di grandi impianti in giro per il mondo – al contempo però non riesco a lasciarla perché le voglio molto bene e il solo pensiero di perderla mi lacera. Vorrei solo che smettesse di fare richieste impossibili.”
Verso la fine del nostro incontro, precisa che non solo dovremo spesso vederci online ma che, visto il suo stile di vita che lo porta a essere sempre in movimento, potrebbe essere che noi si alterni momenti in cui ci vediamo tutte le settimane a momenti di pausa dalla terapia: “Con il mio precedente terapeuta facevamo così e ha funzionato benissimo”, afferma nel tentativo di convincermi.
Visto che anch’io sto per entrare in pausa prima di riprendere a settembre, concludo la seduta dicendogli, con un ghigno: “Cosa facciamo, mi chiami tu a settembre?”. Si è messo a ridere.
A settembre abbiamo iniziato per davvero.
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La storia di Glauco
Glauco è il secondogenito di tre fratelli. Viene da una famiglia modesta ma dignitosa: “I miei genitori non ci hanno mai fatto mancare nulla: cibo, vestiti, un tetto sulla testa, siamo tutti riusciti a studiare, mia sorella e io ci siamo persino laureati. Ma quando ero piccolo, si respirava un’aria buia.”
La madre di Glauco, quando era bambino, ha sofferto di depressione. Glauco ricorda di averla più volte sentita dire che lui e i suoi fratelli dovevano comportarsi bene, che non dovevano affaticarla, e di essersi sentito un peso.
“Poi, una sera, mia madre non è tornata a casa. Papà mi ha detto che non stava bene e che era andata in ospedale dove si sarebbero presi cura di lei. Non so quanto ci sia rimasta. Ma ricordo, di quel periodo, che avevo messo una sedia vicino alla finestra e che, quando ero a casa, stavo sempre e solo lì, a leggere ma anche ad aspettare il suo ritorno, sognavo che prima o poi l’avrei rivista comparire sul vialetto di casa, e tutto sarebbe tornato come prima.” Mentre lo dice gli occhi si riempiono di lacrime. Aveva otto anni.
Da lì i ricordi si fanno vaghi. Sembrerebbe che la madre, dal suo ritorno, sia stata meglio. “Del periodo delle medie ricordo solo che mi lasciavano molto libero. Ne ero contentissimo, anche se, a ripensarci adesso, forse c’era anche un po’ di trascuratezza.” Glauco non dava problemi. I problemi, all’inizio del liceo, li ha dati suo fratello maggiore: “È diventato sempre più ritirato, non studiava, non leggeva, non frequentava più gli amici. Stava solo in silenzio, al buio, nella sua stanza. So che i miei lo hanno portato da uno psichiatra e, piano piano, si è rimesso, anche se è sempre rimasto un tipo schivo.”
Quando Glauco ha compiuto sedici anni, i genitori hanno comprato una piccola ferramenta con i risparmi di una vita, per lavorarci loro e il fratello. A Glauco veniva chiesto di aiutarli il sabato e qualche pomeriggio in settimana: “Perché io già dicevo che volevo viaggiare, ed era meglio non lasciarmi troppo tempo libero per i miei sogni”, ride con lo sguardo attraversato di malinconia.
Si è poi laureato prestissimo, con il massimo dei voti, e ha accettato subito la proposta di un’azienda che lo avrebbe portato spesso all’estero.
Spegnere il bisogno
L’evitamento non è indifferenza verso l’altro, ma un insieme di strategie di regolazione emotiva messe in atto da chi ha imparato, come Glauco, che avere bisogni è rischioso.
Mario Mikulincer e Phillip R. Shaver descrivono queste modalità come strategie di disattivazione: per non sentire il bisogno, il sistema di attaccamento viene “spento”. C’è chi prende le distanze proprio quando la relazione va bene, perché l’intimità crescente lo fa sentire troppo esposto. C’è chi, dopo una fase di vicinanza, comincia a notare con insistenza i difetti dell’altro, chi idealizza una relazione passata o impossibile (così da non investire su quella presente), chi fatica a ricevere cura più che a darla, chi non chiede aiuto nemmeno quando ne avrebbe un gran bisogno e chi, per giustificare il proprio ritiro emotivo, si dice: “merito qualcosa di meglio”, peccato che questa frase ricompaia in ogni relazione successiva.
John Bowlby, l’ideatore della teoria dell’attaccamento, parlava di autosufficienza compulsiva: un’autonomia che non è libertà ma obbligo. Che non è cioè scelta, ma automatismo rigido: la persona non può fare altrimenti, perché appoggiarsi a qualcuno attiva ansia, imbarazzo o un senso di pericolo. Nasce spesso in contesti in cui il bisogno del bambino ha trovato rifiuto, indisponibilità o una perdita. Il bambino conclude, senza parole, che contare sugli altri espone alla delusione e che conviene bastare a se stessi. Può svilupparsi anche da grandi, in seguito a una relazione che non è andata come avremmo voluto, e può essere rinforzata da modelli culturali che valorizzano l’indipendenza come segno di maturità.
Tornando a Glauco, nella sua storia lo si vede bene. C’è un bambino a cui viene chiesto di non affaticare la madre e che si sente un peso. C’è quello stesso bambino che aspetta alla finestra, senza poter far nulla del proprio bisogno. C’è il ragazzino contentissimo di essere lasciato libero, l’autosufficienza compulsiva che si presenta come libertà. C’è il fratello che si ammala confermando il ruolo di Glauco come figlio che non dà problemi – quando un fratello sta male, spesso l’altro impara a non occupare spazio. La ferramenta e i sogni da contenere, infine, preparano la fuga in avanti: laurea prestissimo, un lavoro che lo porta via. In questa storia, l’evitamento nasce per proteggere il legame, non per rifiutarlo: non peso, quindi non ti perdo. Le richieste di Annalisa non sono impossibili in sé. Sono impossibili per Glauco, perché toccano esattamente il bisogno che ha imparato a spegnere.
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Resta una domanda
Resta una domanda, quella che forse ti stai facendo a che tu: si può cambiare? Te ne parlo nella prossima newsletter, in arrivo domenica prossima. Se, intanto, ciò che hai letto ha risuonato con qualcosa di tuo, puoi scrivermi via mail oppure su Instagram. Non mi è possibile fare consulenze scritte, ma leggo sempre con piacere.









