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Nell’ultimo articolo ti parlavo di Viola, di Emanuele, e di una comunicazione che molte persone considererebbero quantomeno ritardataria.
Oggi, come promesso, ti racconto l’altra faccia della medaglia. Parte da una conversazione con Luigi, mio marito, con cui mi capita di condividere alcune delle storie che mi vengono raccontate durante il giorno. Luigi è un osservatore acuto, e le sue letture del mondo spesso mi sorprendono – è una delle qualità che mi hanno fatta innamorare di lui.
In auto con mio marito
“Amore, non sai cosa mi ha raccontato la mia paziente oggi, è una storia che mi ha davvero sorpresa e mi dà da pensare”, esordisco mentre Luigi è alla guida, in mezzo al traffico milanese.
Intorno è un caos di macchine e motorini, ma è bello vedere gli alberi in fiore e il verde di un verde così acceso che ogni volta mi fa quasi illudere di essere in Irlanda, e mi piace immaginarlo anche se non è vero.
Racconto la vicenda di Viola. Luigi mi ascolta attento e poi, con l’aria divertita e un po’ provocatoria di chi intende farsi giustizia, dice:
“Ok tesoro, e questa è la storia di Viola e hai tutta una serie di elementi per dire che non si è fatta un viaggio e che lui è un farabutto.”
Trasalgo, e subito correggo: “Questo è il giudizio che ci metti tu amore.”
Luigi fa un sorriso sornione di chi resta convinto di saperla più lunga – io rido – ma è deciso a tagliare corto: “Sì va bene, io però vorrei portarti un altro punto di vista. Non quello di chi non dice cose importanti che, secondo me, andrebbero dette subito. Ma di chi si trova a vedersi rinfacciate promesse non fatte.
“ Sta aprendo un’altra finestra, penso. Ma è comunque interessante.
“Guarda”, prosegue, “che a me è capitato di dire che mi sarebbe piaciuto visitare Vienna, e ritrovarmelo trasformato in: ‘Mi avevi promesso che saremmo andati a Vienna insieme quest’estate.’ O di dire chiaramente a una donna che la nostra era solo una relazione di amicizia e di sesso, e di sentirmi rinfacciare, dopo mesi in cui ogni tanto ci si vedeva, di averla presa in giro. Ci sono donne che le illusioni se le costruiscono.”
E anche uomini, penso.
Mi viene subito in mente un mio paziente che sembra vivere questo meccanismo da sempre. È bravissimo a leggere nei comportamenti delle donne di cui si innamora conferme che loro non hanno mai dato esplicitamente. E a orientare, ahimè, le proprie scelte in base alle sue interpretazioni, trascurando i segnali che possano contraddirle. Finisce sempre frustrato, convinto di essere stato tradito da aspettative che in realtà si era costruito lui. Si è rivolto a me perché ha iniziato a vedere come, pur cambiando partner, la storia si ripete. E si chiede, finalmente, quale possa essere il suo contributo a una vita sentimentale così infelice.
E mentre ci penso, mi viene in mente Jack.
“Sai Minou”, è il soprannome che do a Luigi, “che ora che ci penso una volta forse l’ho fatto anch’io? O forse no, non so dire. Forse è più vero che io avevo una voglia matta di innamorarmi. E lui ci ha messo del suo, esprimendo una passione nei miei confronti che sembrava andare ben oltre la dimensione sessuale, e che mi ha fatto pensare che fosse sbocciato un grande amore.”
Pausa. Luigi mi guarda attento.
“Peccato che avessi messo da parte un dettaglio che non è un dettaglio: che conviveva ancora con la madre di sua figlia – ora sono separati – e che, per quanto dicesse che la relazione fosse ormai ai minimi termini, la relazione c’era eccome.”
“Al ritorno da Berlino, mi ha scritto con freddezza dicendomi che avrei dovuto crearmi un indirizzo email apposito per comunicare con lui.”
Solo allora ho capito che mi voleva come amante, non come compagna. E ho fatto un passo indietro. “Ma è stato difficile per me”, concludo con Luigi che ascolta e annuisce.
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Allora cosa facciamo?
Mi piacerebbe dirti che ho una risposta semplice. Ma non è così. Quello che so è che ognuno di noi, in misura diversa, porta nella relazione una storia che ha in parte già scritto. Aspettative che vengono da lontano, bisogni che non sempre sappiamo nominare, desideri e paure così forti da diventare, a volte, certezze. E che, contemporaneamente, l’altro, chiunque sia, si muove dentro questa storia senza saperlo. Forse avendo la possibilità, nel tempo, di conoscerla in alcuni suoi aspetti, se l’intimità lo renderà possibile.
Non è una colpa, è che meno siamo consapevoli di come questa storia si sovrappone sul presente, colorandolo delle nostre emozioni, più rischiamo di non vedere le cose per quello che sono, lasciandoci influenzare dalla forza di tutte le nostre questioni irrisolte.
Il lavoro, in psicoterapia, consiste anche in questo. Nel riconoscere quanto paure e desideri possono complicarci la vita, e fare chiarezza nel nostro mondo interno così da vivere le nostre relazioni in modo più onesto, favorendo l’intimità che tanto cerchiamo e che, a volte, sembra sfuggirci.
Certamente, una buona domanda da farsi, con qualcuno che stiamo conoscendo o che già amiamo, è: questa cosa che l’altro mi sta dicendo, la sto ascoltando per quello che è? O per quello che vorrei che fosse, o temo che sia?
Non sono domande facili e non sempre hanno una risposta immediata. Ma porsele, ogni tanto, è già un buon punto di partenza.
E tu?
Forse leggendo ti sei riconosciuta in Luigi, nel mio paziente, in Jack o, forse, in me.
Se hai voglia di scrivermi, puoi farlo via mail, o su IG. Non mi è possibile fare consulenze scritte, ma leggo sempre con piacere.








