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Nella newsletter di domenica scorsa ti ho raccontato di Glauco, che a prima vista avrebbe tutto per essere il cattivo della storia. Ripercorrendo la sua infanzia, però, abbiamo visto che il suo evitamento non nasce dall’indifferenza, ma da una lezione imparata molto presto: avere bisogno di qualcuno è pericoloso. Non peso, quindi non ti perdo. (Se te la sei persa, la trovi qui.)
La domanda dietro la domanda
Ma torniamo alla domanda con cui ci siamo lasciati: una persona evitante può cambiare? Nella maggior parte dei casi, a porsela è chi sta dall’altra parte, nella posizione di Annalisa rispetto a Glauco, spesso con uno stile di attaccamento ansioso. Le due strategie, infatti, si incastrano: chi è ansioso trova in chi evita la conferma che l’amore va inseguito, chi evita trova in chi è ansioso la prova che la vicinanza soffoca. Più il primo insegue, più il secondo si ritira, e ogni passo dell’uno giustifica quello dell’altro.
Di solito, dietro la domanda “Una persona evitante può cambiare?” se ne nasconde un’altra: “Vale la pena aspettare? E continuare? O riprendere?”, oppure: “Posso farlo cambiare io?”. A entrambe, purtroppo, si può dare solo una risposta scomoda. Aspettare non garantisce nulla, e il cambiamento di un’altra persona, anche se a volte ci ostiniamo a dimenticarlo, non è un compito che spetta a noi.
Molto più raramente se la pone chi è fuggitivo davanti all’intimità. Quando succede, è quasi sempre dopo che lo schema si è ripetuto abbastanza da diventare visibile: l’ennesima relazione finita allo stesso modo, il partner che, stanco di aspettare, se ne va davvero, oppure un’età in cui scelte non rimandabili, come l’avere figli o meno, mettono il ritiro davanti a una scadenza.
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Più sfumature, meno etichette
Per molto tempo l’attaccamento è stato descritto per categorie: sicuro, ansioso, evitante (e disorganizzato, decisamente meno celebre nei caroselli e nei reel sui social). È un modo comodo di parlarne, ma la ricerca più recente dice che non funzioniamo così. Immagina piuttosto due cursori, come quelli del volume: uno misura quanta paura abbiamo di essere abbandonati, l’altro quanto ci mette a disagio la vicinanza. Ognuno di noi ha il suo livello su entrambi, e la maggior parte delle persone sta nel mezzo, non agli estremi. Per questo, se hai provato a darti un’etichetta, ti sarà capitato di dire: “A volte mi sembra di essere ansioso, altre volte evitante”.
I due cursori, poi, si combinano. C’è chi ha poca paura di perdere l’altro e molto disagio nella vicinanza, e sembra davvero bastare a se stesso. E c’è chi li ha alti entrambi: desidera il legame e insieme lo teme, e si ritira proprio perché ha paura di perderlo. Glauco, con quel “il solo pensiero di perderla mi lacera”, probabilmente sta qui. I livelli cambiano anche con le persone e con i momenti: si può essere evitanti in coppia e molto meno con un amico, e sotto stress tutto si accentua.
Per questo dovremmo stare attenti a usare “evitante” come sostantivo: trasforma una tendenza in un’identità, e chiude la porta proprio al cambiamento.
Si può cambiare, ad alcune condizioni
La buona notizia è che si può diventare sicuri anche da adulti. La ricerca la chiama sicurezza guadagnata, e la osserva sia in psicoterapia sia nelle relazioni che, giorno dopo giorno, smentiscono ciò che ci aspettavamo dagli altri. Lo so anche per esperienza personale: il mio stile di attaccamento aveva aspetti ansiosi intrecciati a un’autosufficienza compulsiva, più vicina alla sfera evitante. Oggi è sicuro, anche se nei momenti di stress tende ancora a scivolare verso l’ansia.
Servono però tre condizioni. Tempo, perché una strategia costruita per proteggersi non si smonta in fretta. Una motivazione che nasca dalla persona stessa, perché nessuno cambia per le richieste altrui, e chi evita tende anzi a irrigidirsi sotto pressione. E un contesto in cui il bisogno possa essere sentito a piccole dosi, senza diventare pericoloso.
Spesso si comincia dal corpo, che registra ciò che la persona dichiara di non sentire. In una ricerca ormai classica, Mary Dozier e Roger Kobak hanno osservato che le persone più distanzianti mostravano segni di attivazione emotiva proprio mentre raccontavano la propria infanzia come serena o poco importante. Chi evita, insomma, non è privo di emozioni: ha imparato a non ascoltarle, e può imparare di nuovo a farlo. Il cambiamento raramente coincide con il diventare un’altra persona. Più spesso significa accorgersi del proprio ritiro e riuscire a nominarlo, invece di agirlo e basta.
C’è, infine, un paradosso: la stessa strategia che andrebbe cambiata rende più difficile chiedere aiuto. Chi evita arriva in terapia meno spesso, e quando ci arriva di solito porta altro: lo stress, un’insoddisfazione che non sa bene spiegare, oppure la crisi di coppia vista come “partner che chiede troppo”. È esattamente quello che ha fatto Glauco.
Berenice e il cambiamento
Qualche giorno fa, dopo aver letto la storia di Glauco, un’amica che chiamerò Berenice, mi ha mandato un messaggio vocale. Te ne riporto il senso:
“La terapia mi ha aiutata a fare pace con tante cose di me che mi avevano sempre fatta sentire sbagliata. E a capire cosa voglio davvero: voglio essere indipendente a tutti i costi, o ho semplicemente paura di mostrarmi vulnerabile, di far vedere che ho bisogno? All’inizio, quando provavo a chiedere qualcosa e dall’altra parte arrivava un no, smettevo di chiedere. Del tutto. Oggi so che una relazione, anche un’amicizia, è fatta di scambio: ci sono momenti in cui ho bisogno, e allora te lo chiedo, in modo chiaro. E se per tre volte, quando ho bisogno, tu non ci sei, la domanda da farmi non è se ho chiesto troppo, ma se tu ci sei davvero.”
In queste parole c’è il cambiamento di cui parlavo. Berenice non ha smesso di essere indipendente: ha smesso di esserlo per forza. E ha spostato la domanda, da “cosa c’è di sbagliato in me se chiedo?” a “questa relazione sa accogliere il mio bisogno?”.
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E se l’altro non cambia?
E poi, c’è l’altra parte di questa storia, che anch’essa compare spesso su Instagram dentro un’altra caricatura, speculare a quella dell’evitante cattivo: la persona ansiosa, appiccicosa, che chiede troppo e soffoca. Le Annalise e gli Annalisi del mondo finiscono lì dentro, tra chi li compatisce e chi spiega loro come smettere di inseguire. Eppure vivere accanto a qualcuno che si allontana proprio quando la relazione va bene è faticoso e doloroso.
Per questo vale la pena dirlo chiaramente: le richieste di Annalisa sono legittime. Vivere insieme, immaginare un figlio, costruire un futuro non sono pretese eccessive. Capire da dove nasce il ritiro di qualcuno non obbliga a restare ad aspettare che finisca.
Che cosa si può fare, allora? Qualcosa dentro la relazione. John Gottman ha studiato il flooding (ne ho parlato qui), lo stato in cui il corpo va in allarme e la capacità di ascoltare si spegne: chi si ritira spesso è già lì, e più viene inseguito più si chiude. Aiutano invece alcune cose che rendono la vicinanza più tollerabile. Pause concordate: se una discussione si scalda, fermarsi dicendo quando si riprende, invece di sparire. Prevedibilità: una telefonata a un orario fisso quando si è lontani, un momento scelto insieme per parlare delle cose importanti, invece di affrontarle all’improvviso. Richieste chiare ma non pressanti: dire “mi manchi, vorrei vederti il prossimo fine settimana” invece di “non ci sei mai”. Funzionano però solo se sono accordi presi in due. Se a prendersene cura è sempre la stessa persona, non è più una strategia di coppia, ma un adattamento a senso unico che ha il sapore della resa, non della reciprocità. E non garantiscono nulla.
Il resto si può fare solo su di sé. Chiedersi che cosa si sta aspettando, esattamente, e da quanto. Distinguere tra una persona che fatica ma si muove, che riconosce il proprio ritiro e magari chiede aiuto, e una che si limita a chiedere pazienza. Darsi un tempo, dirlo e rispettarlo. E guardare anche la propria parte, senza colpevolizzarsi: anche il bisogno di inseguire ha una storia, che merita lo stesso sguardo gentile che abbiamo riservato a Glauco.
Se l’altro non cambia, andarsene è una scelta legittima. Non è un fallimento, né un tradimento della comprensione: si può capire profondamente qualcuno e decidere comunque che quella relazione non è ciò che vogliamo. A volte è proprio la comprensione a permetterci di lasciare senza trasformare l’altro nel cattivo della storia.
E tu?
E tu, in questa storia, da che parte ti sei riconosciuto? In Glauco, che si allontana quando la vicinanza si fa troppa, o in Annalisa, che aspetta e chiede? Oppure, come capita più spesso di quanto crediamo, un po’ in entrambi, a seconda della relazione e del momento?
Se, intanto, ciò che hai letto ha risuonato con qualcosa di tuo, puoi scrivermi via mail oppure su Instagram. Non mi è possibile fare consulenze scritte, ma leggo sempre con piacere.








