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Fabiana
È tardo pomeriggio, e la luce di ottobre arriva ancora a inondare la stanza, già senza calore, posandosi tra di noi. Iago dorme sul parquet a pancia all’aria, attorcigliato su se stesso come un fachiro impellicciato.
Fabiana è seduta sul bordo della sedia, mai appoggiata allo schienale. I capelli rossi le cadono sulle spalle e si accendono ogni volta che muove la testa, cioè di continuo. Ha gli occhi di chi sta per raccontare una cosa incredibile.
“Io quando fa così resto senza parole… Sabato mi disdice la cena con i miei amici un’ora prima. Gli dico che ci sono rimasta male, che non si fa così, e lui tutto soddisfatto mi risponde: ma no amore, ho già spostato la prenotazione a giovedì, stesso ristorante, solo noi due. Quindi per lui problema risolto. Come se quello fosse il punto…”
“Invece del fatto che ti sei sentita sola e frustrata, in balia delle sue decisioni prese all’ultimo minuto.”
Si ferma. Mi guarda come se avessi tirato fuori un coniglio dal cappello.
“Esatto! Vedi? Tu lo capisci in mezzo secondo. Lui no. Mai.” Si sporge in avanti, le mani che disegnano nell’aria. “Ti faccio un esempio. Il mese scorso mio padre è stato ricoverato, niente di grave alla fine, ma io quella sera ero terrorizzata. Lo chiamo piangendo, e sai cosa mi dice? Che quell’ospedale è il terzo in Lombardia per la cardiologia. Se l’è cercato su internet mentre eravamo al telefono!”
Iago apre gli occhi. Poi si rovescia su un fianco con un tonfo sordo, il muso rivolto verso di noi, come chi si mette comodo per ascoltare meglio.
“E forse tu avevi bisogno di qualcuno che semplicemente stesse con te nella paura, non di una classifica.”
“Una classifica!” Ride, ma è una risata con dentro della rabbia. “E non è che lo faccia apposta. È questo che mi manda fuori di testa. Quando sono tornata dalla settimana a Lisbona per lavoro, gli ho detto che mi era mancato da morire. Risultato: ha preso il telefono e mi ha fatto vedere che ci eravamo sentiti tutte le sere, anche due volte. Come se gli avessi fatto un’accusa. Io ero così basita che ho fatto finta di niente e sono andata a dormire.”
“È come se leggesse lo spartito, ma faticasse a sentire la musica?”
“Proprio così! Come se gli arrivassero le parole, ma non le capisse. E sai chi invece la sente al volo, la musica?” Per la prima volta abbassa lo sguardo. “Xavier. Un amico del liceo. Ci siamo ritrovati l’anno scorso a una cena di ex compagni, e da lì… non so come spiegartelo. Ci capivamo senza finire le frasi. Gli raccontavo tutto, e lui c’era sempre, sapeva sempre cosa dire. Finché una sera mi sono accorta che aspettavo i suoi messaggi più di quanto aspettassi di tornare a casa. E lì, mi sono spaventata. Ho capito che ero a rischio tradimento. E ho chiuso.”
Resta un attimo in silenzio, poi rialza gli occhi, di nuovo accesi.
“Pensa che l’altro giorno mi ha scritto. Non lo sentivo da mesi, ed era su una spiaggia vicino a Genova.” Prende il telefono, scorre veloce con il pollice e mi legge il messaggio, a voce più bassa.
“Sono alla spiaggia del liceo, quella dei pomeriggi in cui saltavamo scuola. Il mare oggi ha quel colore grigio verde che tu dicevi sembrare un vetro vecchio, e la barca blu è incredibilmente ancora lì, tirata in secca vicino agli scogli. Mi sei venuta in mente e ho voluto dirtelo. Non ti chiedo niente, so che avevi le tue ragioni per prendere le distanze. Spero solo che tu stia bene, sul serio però, non quel bene che dici quando non vuoi far preoccupare nessuno. Non serve che tu mi risponda.”
Per un momento, nella stanza, c’è solo il respiro lento di Iago.
“Sembra una sorta di outsourcing, quello che è successo con Xavier. Un bisogno vero, che ha trovato ascolto altrove.”
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Il villaggio intorno alla coppia
La parola outsourcing viene dal mondo del lavoro: è quando un’azienda affida all’esterno qualcosa che prima faceva da sé. Da qualche anno la si sente anche quando si parla di relazioni.
La sociologa americana Arlie Russell Hochschild, in The Outsourced Self (2012), la usa per raccontare come affidiamo a servizi a pagamento parti sempre più intime della nostra vita: trovare l’amore, organizzare un compleanno, prenderci cura di un genitore anziano. Il suo è uno sguardo critico sul mercato che entra nell’intimità, non sulla coppia in sé.
La psicoterapeuta Esther Perel, da cui l’ho sentita applicata alla coppia per la prima volta, la usa in un senso molto diverso. Secondo lei “oggi chiediamo a una sola persona ciò che un tempo ci dava un intero villaggio”: appartenenza, sicurezza, desiderio, complicità intellettuale, crescita personale. È troppo, e molte coppie si rompono proprio sotto questo peso. La sua proposta è ricostruire il villaggio, distribuire i bisogni tra amici, famiglia e comunità, così che la coppia non debba reggere tutto da sola. In questo senso, per Perel l’outsourcing non è un problema, ma una cura. (Se ti interessa approfondire e ti piace ascoltare podcast in inglese, ti consiglio l’intervista con Lewis Howes a The School of Greatness, uscita il 28 ottobre 2024 con il titolo “The #1 Reason Relationships Are FAILING Today”.)
Tuttavia, la tesi di Perel nasce in un contesto molto preciso, quello americano urbano, mobile, spesso lontano dalla famiglia d’origine, dove la coppia rischia di diventare davvero l’unico punto di appoggio. In Italia il villaggio non è mai sparito. Le famiglie ci sono, a volte fin troppo, e le amicizie di lunga data di solito tengono. Lo sfogo con la zia, la confidenza con l’amico di sempre, il calcetto del giovedì, l’aperitivo con i colleghi: sono cose talmente normali che nessuno ci fa caso. Anzi, una coppia che si bastasse da sola sembrerebbe strana, quasi sospetta nella sua forma osmotica.
Tornando a Fabiana, la sua storia non si spiega con un eccesso di aspettative. Fabiana non chiede al suo compagno di essere tutto. Chiede una cosa sola, ed è una richiesta legittima: essere ascoltata in ciò che sente. Che però per qualcuno può essere la cosa più difficile da dare. E quando un nostro bisogno fondamentale non trova risposta a casa, può capitare che finiamo per cercarla fuori, e che quel fuori diventi un rischio per la coppia.
Ci sono, insomma, diversi tipi di outsourcing in una coppia, e non tutti hanno lo stesso significato e peso. Di questo ti parlerò nella newsletter di domenica prossima, intanto…
Prima di domenica
Fabiana non ha ancora deciso se rispondere a Xavier. Ma tu, nel frattempo, puoi fare un piccolo esercizio di auto-osservazione. Nei prossimi giorni:
- Prova a notare con chi parli quando qualcosa non va nella tua relazione, e come questo ti fa sentire, dopo.
- Se oggi non sei in coppia, puoi pensare a una relazione passata, oppure a un legame importante della tua vita: c’è qualcuno di cui parli spesso con altri, invece che con lui o con lei?
- Cosa ti dà il tuo villaggio, e cosa invece chiedi, o vorresti chiedere, a una sola persona?
Le storie che racconto sono frutto d’invenzione: nascono dal mio lavoro clinico e dalle conversazioni con le persone che incontro, ma nomi, dettagli e situazioni sono immaginari, e ogni riferimento a persone reali è casuale.









