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In seduta con Milo
Quando compare su Zoom, Milo è nella sua macchina, ferma in un parcheggio già invaso dal sole primaverile. È seduto sul sedile del guidatore con l’aria di chi ha appena smesso di correre e non sa ancora dove fermarsi. Gli occhi azzurri, di solito vivaci, oggi hanno qualcosa di franante, inquieto. Come se fosse lì fisicamente ma, con la testa, da un’altra parte. La telecamera del telefono balla per qualche secondo prima di trovare la sua collocazione.
“Come va, Milo?”
“Malissimo.”
Per un momento, non aggiunge altro. Poi il racconto esce tutto insieme: un richiamo dal presidente dell’azienda, una capa che l’ha fatto fuori con una segnalazione, una storia che a lui sembra assurda. Aveva aiutato un parente nella comunicazione di un prodotto vagamente simile a quello che tratta l’azienda: “Ma stiamo parlando di una non-profit che a stento ci guadagna qualcosa. È come comparare Microsoft con il negozietto di stampanti del paesino dove vivo!”, conclude indignato, con il volume della voce si alza di due tacche.
“Bene”, dico.
Mi guarda.
“Cioè, non benissimo.” preciso sorridendo, e anche l’espressione di Milo sembra un po’ sciogliersi. “Ma abbiamo una grande occasione per lavorare sulla tua difficoltà nel gestire la rabbia, proprio quella che poi ti fa esplodere con Giorgia, facendoti dimenticare quanto ci tieni alla vostra relazione.”
“Ok, sono pronto”, risponde Milo ricomponendosi e facendosi serio. Alla relazione con Giorgia, sua moglie, ci tiene davvero.
Partiamo dal corpo.
“Dimmi dove senti il respiro in questo momento. Metti una mano sul petto e una sulla pancia: si muove di più il petto o la pancia?”
“La pancia”, risponde concentrato.
“Bene. Cos’altro senti?”
“Sento rabbia. Ho una voglia di andare dalla mia capa e dirgliene quattro…”
Lo vedo irrigidirsi di nuovo: le spalle che salgono, la mascella che si chiude. Lo richiamo prima che parta. ”No, Milo. Stai con me e senti il corpo. Ti aiuto: calore al petto o al viso, tensione alla mascella o alle spalle, respiro corto, stomaco stretto, mani che si chiudono a pugno?
“ Fa l’inventario. Calore al petto. Stomaco che si stringe. E poi, con una certa sorpresa nella voce: “Una tensione alle braccia e alle mani. Fortissima.”
“Ok. Ora torniamo ai pensieri. Ti senti attaccato? Hai voglia di avere ragione a tutti i costi e nessuna voglia di ascoltare?”
Annuisce, lento.
“I pensieri sono un po’ ripetitivi? Se fossero un programma radiofonico e qualcuno dovesse ascoltarli, ti sentiresti in imbarazzo per quanto continui a dire la stessa cosa?”
Esita, come quando ci si trova ad essere onesti con sé stessi e non fa necessariamente piacere.
“Faccio fatica ad ammetterlo”, dice alla fine. “Ma sì.”
“È possibile che tu stia entrando in uno stato di flooding?”
Chiude gli occhi. Rimane in silenzio qualche secondo, sospirando. Poi li riapre.
È un sì.
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Flooding: quando il cervello cambia modalità
C’è un momento, nelle discussioni di coppia e non solo, in cui qualcosa si rompe. Può accadere a tutti e, al contrario di quanto si pensi, non è quando si alza la voce, o quando arriva la parola sbagliata. È prima. È quando l’altro smette di essere la persona che ami e diventa qualcuno da cui devi difenderti.
Da quel momento in poi, non stai più litigando. Stai sopravvivendo.
I coniugi Gottman lo hanno studiato su migliaia di coppie e gli hanno dato un nome: flooding. Un termine che in italiano potremmo tradurre con “sommersione”, e che descrive bene quello che accade: vieni travolto. L’acqua sale, la mente si chiude, e ciò che resta è solo il bisogno di proteggerti.
Cosa succede nel corpo
Il flooding non è una scelta. È fisiologia.
Quando percepiamo le parole dell’altro come una minaccia, come può succedere in una discussione accesa, l’amigdala, quella struttura del cervello che si accende per prima quando sentiamo un pericolo, prende il comando. Prima ancora che la corteccia prefrontale, quella parte di noi capace di ragionare, valutare, scegliere, abbia avuto il tempo di dire la sua.
Il cuore accelera. I muscoli si contraggono. Il respiro si accorcia. Le mani si stringono. E la testa, la stessa che per il resto del tempo sa bene quanto tieni a quella persona, si disconnette.
In altre parole, nello stato di flooding il cervello cambia letteralmente modalità, passando dalla modalità connessione alla modalità sopravvivenza. E in quest’ultima non c’è spazio per ascoltare, per scegliere le parole, per ricordare che l’altro non è il nemico.
Perché è così difficile accorgersene
Il flooding è rapido. A volte fulmineo. Gottman ha misurato che, nelle coppie ad alto conflitto, la frequenza cardiaca può salire oltre i 100 battiti al minuto in pochi secondi. E quando la frequenza è così alta, ragionare è impossibile.
Magari siamo convinti di stare semplicemente discutendo. Pensiamo di avere ragione, e potrebbe anche essere vero. Ma non siamo più in grado di confrontarci in modo produttivo, perché strumenti come l’ascolto, l’empatia e la flessibilità sono temporaneamente fuori gioco.
È per questo che certe discussioni finiscono male anche quando partono bene. Non perché in quella coppia non ci sia amore. Ma perché uno dei due, o entrambi, è già sommerso. E magari nessuno dei due lo sa.
Il segnale che bussa prima dell’onda
La buona notizia è che il flooding non arriva mai senza preavviso. Bussa sempre, e per non esserne travolti dobbiamo imparare a riconoscerne il suono, prima che diventi rumore.
I segnali sono corporei prima che mentali: calore al petto, tensione alla mascella, il respiro che si fa più corto, lo stomaco che si stringe, le mani che cercano qualcosa a cui aggrapparsi. E poi, sul piano cognitivo, i pensieri che diventano ripetitivi e circolari, come un disco rotto che continua a tornare sullo stesso solco, e quella sensazione di non voler sentire più niente perché l’unica cosa che conta è avere ragione.
Imparare a riconoscere questi segnali precoci è il primo passo, ed è il più importante. È nel momento in cui li riconosciamo che possiamo ancora fermarci, e dire a noi stessi: “Adesso non sono nelle giuste condizioni per stare in questa conversazione. Ho bisogno innanzitutto di calmarmi.”
Non è una resa. È una delle scelte più mature e amorevoli che possiamo compiere nei confronti di chi amiamo. Il confronto può aspettare. La relazione, no.
Di nuovo con Milo
Milo è ancora seduto sul sedile della sua auto, in attesa della mia prossima mossa. La tensione è ancora lì, ma è arrivata anche qualcos’altro. La curiosità. È con me.
“Proviamo a fare un esercizio di respirazione e vediamo cosa succede. Metti una mano di fronte alla bocca, inspira, e poi espira come se dovessi liberare un vetro appannato. Espira sino in fondo, fai in modo che l’espirazione sia lunga, più lunga dell’inspirazione.”
Milo porta la mano alla bocca. Io pure. Facciamo l’esercizio insieme, in silenzio.
“Per dieci respiri.”
Uno, due, silenzio… dieci.
“Come stai?”
“Decisamente meglio.” Una pausa. “Non credevo potesse succedere così.”
“Ora ti faccio una domanda, e voglio che ci pensi davvero: l’ultima volta in cui tu e Giorgia avete litigato, quando a un certo punto non volevi più ascoltarla e sei diventato molto duro con lei, c’è stato un momento, anche brevissimo, in cui sentivi che il flooding stava salendo? Prima che esplodesse del tutto?”
Silenzio. Lungo.
Poi un sì.
“Ecco. Il flooding può prendere il sopravvento in modo velocissimo. Ma se impari ad accorgerti del suo arrivo, puoi fare qualcosa prima di esserne travolto.”
Gli propongo il Box Breathing, la respirazione quadrata: inspira per quattro secondi, trattieni per quattro, espira per quattro, trattieni per quattro. Un quadrato. È la tecnica che usano i Navy SEALs per restare lucidi sotto pressione estrema, e Milo sembra esserne molto impressionato. La facciamo insieme.
Quando finiamo, Milo è diverso. Qualcosa, nel suo viso, si è allentato.
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E tu?
Chissà se quello che hai letto oggi ha risuonato con qualcosa di tuo. Magari ti ha riportato alla mente una discussione finita peggio di quanto non avresti voluto, o qualcosa che si ripete, tuo malgrado, con qualcuno che ami.










