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In seduta con Mia
“Sto iniziando a pensare che forse è giunto il momento per me e Sebastiano di tornare a vivere insieme. Le cose oggi sono molto diverse da quando avevo deciso di andarmene dopo il tradimento. Ero molto arrabbiata con lui allora. Da una parte volevo proteggermi, dall’altra, ora lo posso riconoscere, volevo fargliela pagare. Solo adesso mi rendo conto che non è stato il modo migliore di affrontare la situazione, che così non ho fatto altro che creare ulteriore distanza, come se fosse tutta colpa sua e io e lui non avessimo già altri problemi…”
Guardo Mia sorridendo. Fuori dalla finestra, la luce di fine pomeriggio è già bassa. Mentre la ascolto, mi viene in mente la prima volta che ci siamo incontrate, quando mi aveva chiesto se potevamo tentare un percorso di coppia con Sebastiano. Sono trascorsi diversi mesi ma ricordo bene come, sulla porta, prima di salutarmi, si era fermata un istante e, voltandosi, aveva aggiunto quasi sottovoce: “Sai, io ti ho detto tutte queste cose di lui, ma magari anch’io non sono una santa.” “Lo scopriremo”, le avevo risposto con un mezzo sorriso.
L’avevo poi vista insieme a Sebastiano per iniziare la fase di assessment ed era stato un incontro difficile. Seduti sulle sponde opposte del divano, a stento si guardavano. Più Mia portava avanti le sue lamentele, più Sebastiano rispondeva con freddezza e disprezzo, fino ad arrivare a dire che in realtà non avrebbe mai dovuto sposarla, che non lo voleva davvero, ma si era sentito in trappola per via delle pressioni della cattolicissima famiglia di lei. Più lei si infiammava, più lui si faceva distante. La stanza si era riempita di un silenzio pesante e l’unica cosa che sembrava circolare tra loro era il risentimento.
Qualche giorno dopo, Mia mi aveva contattata dicendomi che Sebastiano non voleva in alcun modo proseguire con la terapia di coppia, che era furiosa per il suo comportamento durante il nostro incontro, e chiedendomi se potevamo continuare io e lei con una psicoterapia individuale.
Ed eccola qui, oggi. La stessa donna che era entrata in studio con il volto pieno di tensione e di stanchezza per un matrimonio che sembrava poter andare in pezzi da un momento all’altro, ora sembra molto più distesa.
“Quindi le cose tra te e Sebastiano sono cambiate?”, le chiedo, mossa da curiosità ma anche da un certo spirito protettivo.
“Non dico in tutto e per tutto, abbiamo entrambi i nostri bei caratterini.” Si sistema una ciocca di capelli, sorride. “Ma lui è tanto più tenero con me, da quando io non lo aggredisco come facevo prima. Grazie al nostro lavoro insieme ho capito quanto sfogare la mia rabbia per provocare una sua reazione non solo non serviva a niente, ma ci faceva proprio male. Ora dialoghiamo meglio. So che c’è ancora un po’ di strada da fare, ma ho anche smesso di minacciare il divorzio ogni volta che mi sento delusa in una discussione.” Ridiamo insieme, sapendo quanto abbiamo lavorato su quella minaccia.
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Quando portavo i capelli corti color rosso Ferrari
La storia di Mia racconta l’influenza che la psicoterapia individuale può avere sulla vita di coppia, in senso positivo. A volte, quando cresce la consapevolezza di sé e la capacità di riflettere sui propri modi di stare nel mondo e in relazione, anche la coppia può beneficiarne e rimettersi in moto.
Sarebbe stato meglio se Sebastiano avesse accettato la terapia di coppia? Probabilmente sì. Un percorso condiviso avrebbe dato a entrambi la possibilità di capire le dinamiche della relazione insieme, in uno spazio neutro, senza che tutto il lavoro ricadesse sulle spalle di una persona sola. Mia ha fatto una parte straordinaria. Ma Sebastiano ha perso un’occasione: quella di capire qualcosa di sé e del suo bisogno di prendere le distanze appena le emozioni si fanno difficili.
Ma non sempre la terapia individuale da sola basta a salvare una coppia. È vero che quando cambi tu, cambia anche il modo in cui chi ti sta vicino si relaziona con te. Tuttavia la direzione del cambiamento non è mai garantita.
A me è successo durante la mia prima psicoterapia, quando avevo vent’anni. Capelli cortissimi tinti di rosso Ferrari, vestiti che non lasciavano molto all’immaginazione, un atteggiamento spavaldo che a guardarmi indietro era tutto fuorché sicurezza. Stavo con un ragazzo con problemi di dipendenza. Ero molto sofferente anch’io e, se ci conosciamo da un po’, sai che a diciannove anni mi era stato diagnosticato un disturbo borderline della personalità. La fatica a stare in equilibrio ci univa, ma tra noi c’era anche una differenza sostanziale: io spegnevo le emozioni con diversi comportamenti impulsivi, ma volevo a tutti i costi essere aiutata a liberarmi del senso di vuoto e di instabilità che mi divoravano le giornate. Lui fuggiva e basta.
Ho trascorso intere sedute a parlare di come potevo aiutarlo, senza capire che mettere il fuoco su di lui mi impediva di prendermi cura pienamente delle mie difficoltà. Poi la situazione è degenerata al punto che ho gettato la spugna, e ci siamo lasciati. Crescere non è sempre un collante: a volte genera ancor più lontananza.
In seduta con Massimo
“Non capisce. Per lei il problema sono io. Sono io che sono cambiato, io che non ci tengo più, io che ho la testa altrove.” Scuote la testa. “Ma altrove dove? Sto cercando di tenere insieme tutto.
“ Massimo ha quarantaquattro anni, un’energia trattenuta che si percepisce nel modo in cui stringe i braccioli della sedia. È arrivato nel mio studio con gli occhi di chi non dorme bene da un po’, ma anche con qualcosa che somiglia alla rabbia, quella rabbia confusa di chi non capisce cosa gli stia succedendo intorno.
“Quando è iniziato, secondo te?”
“Quando ho cambiato lavoro. Tre anni fa.” Pausa. “Anzi no, quando ho iniziato ad andare bene nel nuovo lavoro.” Ci pensa su. “È strano dirlo così.”
“Perché strano?”
“Perché dovrebbe essere una cosa bella. E invece è diventata un problema.”
Mi racconta di Angelica, la moglie. Di come per anni sia stata lei quella con la carriera più solida, lo stipendio più alto, il punto di riferimento economico della famiglia. Di come lui avesse accettato quel ruolo senza farci troppo caso. Poi le cose erano cambiate, la sua carriera aveva preso una direzione che non si aspettava, e qualcosa tra loro si era incrinato.
“In che modo si è incrinato?”
“Prima erano piccole cose. Una battuta davanti agli amici, un commento sul fatto che stavo diventando troppo pieno di me. Poi è diventato più sistematico. Se racconto qualcosa di bello che è successo al lavoro, trova sempre il modo di ridimensionarlo. Con gli amici, persino davanti ai figli.” Si ferma. “Una volta mi ha detto, in macchina, tornando da una cena, che i miei successi li devo a lei. Che senza di lei non sarei mai arrivato dove sono.”
“E tu cosa hai risposto?”
“Niente. Sono rimasto in silenzio per tutto il resto del tragitto.”
Quel silenzio lo riconosco. Non è rassegnazione. È la fatica di chi non sa ancora come nominare quello che gli sta succedendo.
“Hai provato a parlarle di come ti fa sentire tutto questo?”
“Ci ho provato. Mi dice che sono io che ho cambiato le regole del gioco, che prima stavamo bene e adesso non le basto più. Che il problema è che mi sono messo strane idee in testa.” Alza gli occhi. “Ha rifiutato di venire qui oggi. Ha detto che non ne ha bisogno, che il problema non è lei.”
“E tu cosa pensi?”
Ci mette un po’ a rispondere.
“Penso che abbia paura. Ma non so come dirglielo senza che diventi un’altra accusa.” Massimo ha continuato il percorso con me. La situazione con Angelica è sempre più difficile. Mi ha detto che, se non fosse per i figli, avrebbe già chiesto la separazione.
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Se partner non vuole andare in terapia
Quindi, che fare se il partner non vuole andare in terapia?
La risposta breve è: non puoi trascinarcelo. E anche se ci riuscissi, non servirebbe a molto.
La risposta più lunga è che puoi andarci tu. Non per lavorare su di lui, come facevo io a vent’anni, ma per capire meglio cosa vuoi, cosa ti fa stare male, dove finisci tu e dove inizia la relazione. A volte basta questo a spostare qualcosa. A volte no. Ma è comunque tempo investito su di te, che non va mai sprecato.
Un po’ di tempo fa ho raccolto le obiezioni più comuni alla terapia di coppia in un carosello che trovi qui. Molte valgono anche per la terapia individuale. Le ho scritte pensando a chi quelle obiezioni le sente dall’altro, ma anche a chi le ha dentro di sé senza però essere disposto ad ammetterle del tutto. Perché a volte il confine tra “lui non vuole venire” e “anch’io in fondo ho paura” è più sottile di quanto sembri. Magari ti riconosci in qualcosa, o riconosci qualcuno.
E se, leggendo questa newsletter, c’è qualcosa che vuoi condividere con me, come sempre sono qui. Non posso fare consulenze scritte, ma ti leggo molto volentieri.









