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In seduta con Nives
Nives mi guarda mentre parla. È lo sguardo di chi sa quello che sta facendo, ma cerca comunque una conferma.
“È un po’ che ho ripreso a usare Tinder. È vero che mi capita ancora di pensare ad Ezio, specialmente quando mi sento più sola. Ma sono anche pronta a ricominciare. Ho bisogno di un po’ di leggerezza.
“ Sorrido con gli occhi, annuisco.
“Solo che,” prosegue, “mi ritrovo sempre un po’ delusa. Perché certe cose le scopri solo dal vivo. La voce, per esempio. O il modo di muovere le mani. L’altro giorno sono uscita a prendere un caffè con un ragazzo che chattando mi piaceva molto.” Fa una pausa. “Dal vivo aveva una voce così acuta e un modo di muovere le mani così… che a un certo punto ho quasi pregato di avere di fronte a me un super macho.” Ride. “E sai che a me i super machi non piacciono.”
Ridacchiamo insieme.
“Comunque,” dice alla fine, ancora sorridente, “non me la sento di rivederlo.”
“Capisco”, rispondo.
È vero che la chimica non è tutto, e che l’attrazione può nascere anche nel tempo, con la conoscenza reciproca. Ma c’è qualcosa, in quella sensazione di disagio, che merita di essere ascoltato. Non giudicato, non forzato. Ascoltato.
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In seduta con Francesco
Francesco parla, e mentre parla, guarda un punto fisso davanti a sé, come se stesse cercando le parole giuste in qualcosa che non c’è
. ”Non so bene come comportarmi. Ogni quanto dovrei aprire l’app? Quanto tempo dovrei starci? Poi magari inizio una chat… c’è una ragazza che mi interessa, e sparisce per due giorni. Mi dico che ha anche lei una sua vita, che è meglio così rispetto a qualcuno che parte in quarta. Ma allo stesso tempo…” Si ferma. “Mi sembra tutto così macchinoso.”
Lo ascolto, e quelle parole mi rievocano qualcosa. Memorie di quando ero single anch’io.
Francesco sta cercando una persona con cui costruire qualcosa di vero. Ha la pazienza, la maturità, la profondità per rendere felice qualcuno. Eppure eccolo qui, a chiedersi se sta usando un’app nel modo giusto.
“Può essere stancante, vero?” gli dico piano. “Sembra quasi un lavoro.”
Si volta verso di me, e sorride. Appena, con quell’aria tra il divertito e il perplesso di chi si stupisce da solo di trovarsi in questa situazione. “Sì. Esattamente così.”
“Sai, magari non sei l’unico a viverla così. Dietro tanti profili si nascondono persone stanche che si chiedono se valga davvero la pena continuare.”
Mi guarda stupito, con lo stupore di chi ha appena avuto un insight inaspettato. “È vero”, dice. “Non ci avevo mai pensato.”
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La dating fatigue e l’atmosfera “Meh”
Già nel 2016 compariva sulla rivista americana The Atlantic un articolo di Julie Beck intitolato “The Rise of Dating App Fatigue“, dove il termine veniva usato per descrivere il burnout derivante dall’uso intensivo delle app di incontri.
Senza negare che ci sia chi cerca solo incontri occasionali, la giornalista sosteneva che non siamo diventati tutti alieni alla connessione emotiva, incapaci di desiderarla o di stabilirla. Ma che stare sulle app di dating, dopo l’entusiasmo iniziale, fosse diventato faticoso: troppo sforzo, troppo poco risultato.
C’è anche il problema che le app di dating, assomigliando a un catalogo, tendono a oggettivare le persone trasformandole, quasi, in prodotti.
Se ti è mai capitato di fare shopping online, sai cosa vuol dire: a volte vai su un sito e non trovi nulla che ti interessi, altre metti qualcosa nel carrello ma poi non ti convince e non l’acquisti, altre volte ancora pensi di aver finalmente trovato quello che cercavi e poi, quando arriva a casa… pfff. Le cose non sono come avevi sperato o immaginato. Attenzione, non sto dicendo che le esperienze sulle app di dating siano tutte negative: come forse sai se ci conosciamo da un po’, su Tinder ho incontrato l’uomo che oggi è mio marito. Però, fare parte di un meccanismo così può essere stressante per noi esseri umani, ognuno con la sua sensibilità, la sua storia e le sue ferite.
Come se tutto questo non bastasse, c’è un circolo vizioso che gira nella mente di molti single – certamente girava nella mia, quando lo ero: se sei single e non vuoi esserlo, devi fare tutto ciò che è in tuo potere per cambiare la situazione. Oltre a cercare di avere una vita sociale decente, usare un’app diventa quindi quasi un obbligo. Guai a starsene semplicemente spaparanzati sul divano a guardare la propria serie TV preferita senza fare altro.
E così, nonostante la stanchezza per esperienze che vanno dal deludente al francamente brutto, nasce l’ambivalenza: dovresti smettere di usare questa cosa che ti frustra, o continuare nella speranza che un giorno ti porti il risultato atteso? È questa tensione che porta le persone ad avere un atteggiamento “Meh” sulle app: ci stanno, le usano, ma senza entusiasmo. E così, persone ambivalenti incontrano altre persone ambivalenti, e l’atmosfera “Meh” si moltiplica. Il risultato è davvero avvilente.
E tu?
Quello che Francesco e Nives portano negli estratti di seduta che ho condiviso con te non è raro. Anzi. Risuona con la mia esperienza di quando ero single, con l’esperienza di diverse persone che conosco, e mi chiedo se risuoni anche con la tua.
Se ti va, raccontamelo. Puoi mandarmi una mail a info@carolinatraverso.com, o scrivermi in DM su Instagram. Non mi è possibile rispondere con consulenze in forma scritta, ma ti leggerò con piacere.
Nel prossimo articolo ti parlerò di come uscire da questa situazione. O almeno, di come provarci. E ti racconto anche di me, di Luigi, e di come una mail inaspettata abbia cambiato tutto.









